Approvato non vuol dire omologato: così una multa dell'autovelox è caduta
Strade e sanzioni | Che cosa hanno deciso i giudici di pace
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Approvato non vuol dire omologato: così una multa dell'autovelox è caduta

Cinque ricorsi accolti e il Comune che ne salda le spese. Per l'autovelox la differenza sta in una parola del codice della strada

📅giovedì 24 settembre 2026
✍️@A_Lex

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Quando arriva la busta con il verbale, la scelta è sempre la stessa: pagare e chiudere lì, oppure provare a discuterne davanti a un giudice. La seconda strada costa tempo, e non garantisce niente. Ogni tanto, però, funziona.

Il Comune di Taranto ha appena saldato le spese di cinque cause decise dal giudice di pace, tutte nate da sanzioni stradali e tutte perse: verbali annullati e circa millecinquecento euro da rimborsare. Una delle cinque vale la pena raccontarla per prima, perché non riguarda soltanto chi l'ha vinta.

Una parola sola: omologato

A un automobilista era stato contestato un eccesso di velocità rilevato da un apparecchio della polizia locale, con tre punti in meno sulla patente. Nel ricorso ha messo in fila una ventina di motivi. Ne è bastato uno.

Il codice della strada dice che, per stabilire se un limite di velocità è stato rispettato, fanno prova le risultanze di apparecchiature «debitamente omologate». In quel processo il decreto di omologazione dell'apparecchio non è stato depositato, e nel verbale non era nemmeno indicato. Secondo il ricorrente quell'apparecchio era soltanto approvato, con un decreto ministeriale del 2014: un'altra cosa.

Sembra una sottigliezza da avvocati, e invece è tutto lì. Approvazione e omologazione — ha scritto il giudice, richiamando una serie di pronunce della Corte di Cassazione degli ultimi due anni — sono due procedure distinte: le circolari dei ministeri sembrerebbero trattarle come equivalenti, ma una circolare non può cambiare quello che dice la legge. Il verbale è stato annullato, e con lui tutti gli atti che ne dipendevano. Punti compresi.

Le altre quattro

Le storie rimaste si somigliano poco. C'è un pedone, multato per non aver prestato «l'attenzione necessaria» mentre attraversava: era stato investito da una moto quando l'attraversamento era quasi finito. Il Comune aveva chiesto tempo per produrre il rapporto sul sinistro; il rapporto, in causa, non è mai arrivato.

C'è chi si è visto recapitare quattro verbali per un'auto che aveva venduto mesi prima: tre sono stati reintestati al proprietario vero a causa in corso, il quarto l'ha annullato il giudice.

C'è un verbale per una mancata precedenza dopo un incidente, caduto perché in giudizio non sono arrivati i documenti per controllarlo. E c'è una cartella arrivata nel 2023 per una multa del 2017: in mezzo più di cinque anni, e il credito si era prescritto.

Chi deve provare che cosa

Il filo che lega i cinque casi è una regola che conviene conoscere anche a chi non farà mai ricorso. In un giudizio contro una sanzione amministrativa, la prova dei fatti su cui la sanzione si regge spetta all'amministrazione, non a chi si oppone: è l'ente che deve depositare il rapporto e gli atti dell'accertamento prima dell'udienza. Se non lo fa, rischia di perdere anche quando nel merito avrebbe ragione. Le sentenze lo ripetono quasi con le stesse parole, una dopo l'altra.

In tre di queste cinque cause il Comune non si è costituito in giudizio. Gli atti con cui ha poi liquidato le spese non dicono perché.

Due precisazioni servono a non far dire a queste sentenze più di quello che dicono. Sono decisioni di primo grado su casi singoli: non annullano da sole nessun'altra multa, e ogni verbale va discusso per conto suo. E il Comune non le incassa passivamente: su altre sentenze dello stesso tipo, in settembre, ha dato mandato a dei legali ed è andato in appello.

Per chi volesse provarci, i tempi sono stretti: dalla notifica del verbale ci sono sessanta giorni per il ricorso al prefetto e trenta per quello al giudice di pace. Poi le regole cambiano a seconda dell'atto che si impugna — un verbale non è una cartella.

Cinque cause non fanno una tendenza, e un apparecchio non è tutti gli apparecchi. Ma la domanda che quelle sentenze rimettono in circolo è semplice, e riguarda chiunque guidi o attraversi una strada: quando un'amministrazione chiede dei soldi a un cittadino, tocca a lei dimostrare di averne diritto.

Foto: un autovelox in viale Repubblica a Nuoro, per dare un'idea di come sono fatti (non è un apparecchio di Taranto). Le targhe delle auto sono state oscurate. Autore: Air fans, licenza CC0, via Wikimedia Commons.

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