
Respinti i ricorsi: gli altiforni, fermi dal 9 ottobre, vanno spenti entro il 15 dicembre. Decisivo l'amianto. Il resto dello stabilimento non chiude
Adesso è ufficiale. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d'Italia e ha confermato il decreto con cui la Corte d'Appello di Milano, il 27 luglio, aveva ordinato lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto. La sentenza è stata depositata giovedì 29 ottobre.
Vuol dire che gli altiforni vanno spenti. Dal 9 ottobre non producono più acciaio: sono stati tenuti caldi, in attesa proprio di questa decisione. Ora quell'attesa è finita.
La legge fissa al 15 dicembre il termine ultimo per lo spegnimento. Quando e come farlo, passo per passo, lo decideranno i commissari che gestiscono l'azienda: una data precisa, per ora, non c'è.
Nel nostro pezzo del 9 ottobre si parlava del 24-25 ottobre: quel termine è stato poi legato al deposito della sentenza, arrivato solo adesso. La sostanza non cambia, ed è quella che l'azienda stessa aveva messo per iscritto: un altoforno che si raffredda del tutto non si riaccende più.
A pesare di più è stato l'amianto. Si trova nei cowpers, gli impianti che scaldano l'aria per gli altiforni: dalle crepe del rivestimento interno può disperdersi. Toglierlo era un obbligo da rispettare entro agosto 2023, e l'autorizzazione ambientale rilasciata nel 2025 non diceva nulla su come farlo. Contano anche l'età degli impianti e l'incendio del 7 maggio 2025.
Sulle polveri, invece, la Corte non è entrata nel merito: quella parte dei ricorsi è stata giudicata inammissibile per ragioni di procedura. Non è una promozione né una bocciatura: semplicemente, non se n'è parlato.
C'è poi un passaggio che a Taranto si aspettava da anni. Per la Cassazione salute e lavoro non sono due cose da mettere sulla bilancia una contro l'altra: lo Stato deve garantire un lavoro «salubre e sicuro», e un'impresa può produrre solo dentro i limiti che tutelano la salute e l'ambiente.
La sentenza riguarda solo l'area a caldo, cioè gli altiforni e gli impianti dove si produce l'acciaio. Non ordina la chiusura dell'intero stabilimento: le altre lavorazioni possono andare avanti, ma senza l'acciaio fatto qui dovranno usare semilavorati comprati fuori.
Non un ente, non un'istituzione: undici cittadini dell'associazione Genitori Tarantini, con un'azione collettiva partita da Milano. Il procuratore generale aveva chiesto di accogliere i ricorsi dell'azienda; la Corte è andata nella direzione opposta.
Palazzo Chigi parla di un ulteriore ostacolo e conferma l'impegno del governo sul dossier. La Fiom Cgil, con Loris Scarpa, chiede investimenti sulla decarbonizzazione e l'acquisto di semilavorati per tenere in piedi produzione e posti di lavoro. Federmeccanica avverte che l'Italia dipenderà di più dall'acciaio estero. La segretaria del Pd Elly Schlein chiede risposte per cittadini e lavoratori.
Per la città è la fine di un'epoca che dura da oltre sessant'anni. Le domande adesso sono altre: cosa succede ai lavoratori e all'indotto, chi e come metterà in sicurezza gli impianti, cosa nascerà dove oggi ci sono gli altiforni. Su questo, per ora, la sentenza non risponde: tocca al governo e ai commissari.
Fonti: ANSA, LaMiaFinanza, TRnews.
Foto: mafe de baggis, ILVA - Unità produttiva di Taranto (2007) — CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons.