
I blocchi davanti alla raffineria, la benzina finita, la convocazione a Roma. E dietro, migliaia di famiglie che chiedono di sapere cosa sarà di loro
Per cinque giorni, chi è passato sulla statale 106 davanti alla raffineria Eni ha visto la stessa scena: tende, fuochi accesi la notte, uomini con il giubbotto da lavoro che si davano il cambio a turni. Erano gli operai dell’ex Ilva. Intanto in mezza Puglia i distributori restavano senza benzina e le code si allungavano.
È facile ricordare questa settimana per i disagi, e i disagi ci sono stati, per tutti. Ma conviene anche chiedersi perché persone che hanno passato una vita in fabbrica abbiano deciso di dormire per strada a metà ottobre.
Il 27 luglio la Corte d’appello di Milano ha ordinato di fermare entro novanta giorni l’area a caldo, cioè il cuore dello stabilimento: gli altoforni dove nasce l’acciaio. La causa l’hanno vinta un gruppo di genitori tarantini. Secondo i giudici l’amianto ancora presente negli impianti andava tolto entro il 23 agosto, e le polveri sottili devono scendere davvero. Le richieste di sospendere la decisione sono state respinte, e dal 9 ottobre l’area a caldo non produce più. La scadenza dei novanta giorni cade a fine mese.
Per chi ci lavora il conto è semplice: senza area a caldo, a Taranto la fabbrica non c’è. Acciaierie d’Italia ha già messo in cassa integrazione 3.800 persone a Taranto, molte a zero ore, e la richiesta riguarda anche 4.200 lavoratori dell’indotto: le ditte esterne di pulizie, manutenzioni e trasporti, che vivono di quello che la fabbrica compra.
Lunedì 12 ottobre i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato lo sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo. A Genova e Novi Ligure è durato un giorno o due. A Taranto è andato avanti a oltranza, con i presidi sulla statale 7, accanto alla fabbrica, e sulla statale 106, davanti ai cancelli della raffineria.
La scelta del posto non era casuale. Dalla raffineria di Taranto escono in media 260 autobotti al giorno, e riforniscono gran parte del Sud. Bloccarla voleva dire farsi sentire fino a Roma. In pochi giorni, ha detto Eni, più di metà delle sue stazioni di servizio in Puglia è rimasta a secco, gli aeroporti di Bari e Brindisi hanno dichiarato carenza di carburante, e in città Kyma Mobilità ha dovuto lasciare in strada solo gli autobus per le scuole.
Una protesta così pesa su tutti, e gli operai lo sapevano. Lo hanno fatto perché sentivano di non avere altro modo per farsi ascoltare.
Il 13 ottobre il governo ha approvato un decreto: la cassa integrazione sale al 70% dello stipendio, da ottobre fino a giugno 2027. È un aiuto, ma i lavoratori lo hanno giudicato insufficiente, per un motivo che si capisce subito. Nove mesi al 70%, e dopo? Il decreto protegge il presente, ma non dice che cosa succede dopo. Le richieste sono altre:
Dietro i numeri ci sono storie che a Taranto conoscono tutti. Un anno fa, ad Avvenire, Francesco Cassanelli, 55 anni, 29 passati in fabbrica, raccontava: «Sono in cassa integrazione dal 2012. Alterno settimane di lavoro a quelle di stop forzato». Un lavoratore di una ditta in appalto diceva di prendere 1.100 euro al mese e di pagarne la metà di mutuo. Per famiglie così, il 70% di uno stipendio già piccolo fa la differenza fra farcela e non farcela.
C’è poi la paura di non servire più a nessuno. Lo Stato prova da anni a vendere l’ex Ilva. In estate un gruppo di aziende italiane si era fatto avanti per gli stabilimenti, ma senza l’area a caldo. Chi ha passato vent’anni accanto a un altoforno si chiede che lavoro troverà, a cinquant’anni, in una città dove la fabbrica è stata per tre generazioni il posto sicuro.
E c’è una ferita che rende tutto più difficile. Questi uomini hanno respirato le stesse polveri dei loro vicini di casa, e molti hanno lavorato fra l’amianto. Nessuno di loro nega il problema della salute. Chiedono di non essere lasciati soli a pagare il prezzo della soluzione.
Giovedì 15 ottobre dieci pullman sono partiti da Taranto per Bari. In Regione il presidente Antonio Decaro, il sindaco Piero Bitetti, la Provincia, i sindacati e i consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione hanno firmato un documento comune. «Stiamo tutti dalla stessa parte», ha detto Decaro, «dalla parte della salute e dalla parte del lavoro». Bitetti ha chiesto di superare lo scontro fra salute e lavoro, due diritti scritti entrambi nella Costituzione, e ha aggiunto: «Il nostro territorio ha dato tanto, ha sofferto e soffre ancora».
La sera stessa è arrivata la convocazione del governo: martedì 27 ottobre, alle 17, a Palazzo Chigi. Era quello che gli operai chiedevano. Il giorno dopo, in assemblea, hanno deciso di togliere subito i blocchi davanti alla raffineria, per far ripartire le autobotti, e alle 23 di venerdì 16 lo sciopero è finito.
La benzina sta tornando nei distributori. Le domande degli operai, invece, aspettano ancora una risposta. Sono le stesse di qualunque famiglia: quanto entrerà a fine mese, se ci sarà ancora un lavoro, che futuro avranno i figli in questa città. Domande che meritano rispetto da parte di tutti, anche di chi questa settimana è rimasto in coda al distributore.
Fonti: TarantoToday (Eni e i distributori), TarantoToday (il documento in Regione), Il Sole 24 Ore, Affaritaliani, Il Post, Cittadini Reattivi (il decreto della Corte d’appello), Avvenire (novembre 2025).
Foto: lo stabilimento al crepuscolo visto dalla strada. Saggittarius A, ILVA Taranto crepuscolo (2024), CC BY 4.0, via Wikimedia Commons. Un operaio dentro un tubo per il controllo qualità, centro siderurgico Italsider di Taranto, 1963: autore sconosciuto, Touring Club Italiano, Photo ITALSIDER steel center in Taranto, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.