
Si chiama CALLIOPE, tiene insieme la salute delle persone e quella dell'ambiente, e da dicembre siede nella rete che riunisce i Living Lab europei
Un "laboratorio vivente" non è un laboratorio. Non ha camici né provette: è un modo di lavorare in cui una cosa nuova — un servizio, una tecnologia, un'idea — si prova direttamente insieme alle persone che dovranno usarla, in mezzo alla città, invece che in una stanza chiusa e poi presentata a cose fatte. Si chiamano Living Lab, e in Europa ce n'è una rete che li tiene insieme.
Da poco, in quella rete, c'è anche Taranto.
Il laboratorio si chiama CALLIOPE ed è nato dentro un programma nazionale, quello delle Case delle Tecnologie Emergenti, promosso dal ministero che si occupa di imprese. Il Comune di Taranto ha firmato la convenzione nel gennaio 2023 come ente capofila, e il progetto ha un sottotitolo che spiega tutto: "Casa dell'Innovazione per il One Health".
One Health è un'espressione tecnica per un'idea semplice: la salute delle persone, quella degli animali e quella dell'ambiente non sono tre cose separate ma una sola, e vanno studiate insieme. Detta a Taranto, questa frase pesa più che altrove — è esattamente la domanda che questa città si porta addosso da decenni.
Intorno al laboratorio ci sono, oltre al Comune che lo coordina, l'ARPA Puglia, l'ASL di Taranto, il CNR, l'Università di Bari, la LUMSA e altri partner pubblici e privati. Non è un ufficio: è un tavolo dove si siedono insieme chi misura l'aria, chi cura le persone, chi fa ricerca e chi amministra.
L'European Network of Living Labs — per tutti ENoLL — ha sede a Bruxelles ed è la rete internazionale di riferimento per questo modo di lavorare. Non ci si entra chiedendo: si presenta una candidatura, viene valutata, e se passa l'adesione viene certificata dall'assemblea generale.
CALLIOPE ha presentato la sua domanda nell'autunno del 2025, ha ricevuto l'esito positivo a dicembre ed è stato riconosciuto come Adherent Member dall'assemblea del 15 dicembre 2025. La quota annuale costa settecento euro, pagati con i fondi del progetto stesso.
Servono a due cose, dicono gli atti, e sono tutte e due ragionevoli. La prima è l'accesso: stare in quella rete significa vedere quello che stanno provando gli altri laboratori europei, farsi vedere, entrare nei bandi e nei progetti di ricerca a cui da soli non si arriva.
La seconda è più importante e meno appariscente: i progetti finanziati hanno una data di scadenza, e quando i soldi finiscono spesso finisce tutto. Entrare in una rete permanente è un modo per far sopravvivere quello che si è costruito — diventare un pezzo stabile di come la città studia se stessa, invece di un progetto concluso e archiviato.
Settecento euro l'anno sono una cifra che non fa notizia. Il fatto che il nome di Taranto compaia in un elenco europeo accanto a quello di città che su ambiente e salute lavorano da vent'anni, invece, un po' sì.
Foto: il Mar Piccolo di Taranto. Autore: Pakycassano, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.