
Una vasca naturale di 1.600 metri quadri all’ombra dell’isola di San Paolo, la control room a Palazzo Amati, nessun pubblico e nessuno spettacolo
C’è un pezzo di Mar Grande, davanti all’isola di San Paolo, dove nei prossimi mesi arriveranno delfini che non hanno mai visto il mare aperto. Nati in vasca, cresciuti fra pareti di cemento e spettacoli a orario, non possono essere liberati: non saprebbero cacciare, non saprebbero stare in un branco. Quello che si può fare è dargli qualcosa che assomigli molto al mare, e qualcuno che li guardi ventiquattro ore al giorno.
Il 4 agosto 2026 la Regione Puglia, con una delibera di giunta, ha riconosciuto e autorizzato il «San Paolo Dolphin Refuge»: il primo Centro Recupero Animali Selvatici (C.R.A.S.) specializzato in cetacei d’Italia, affidato in gestione alla Jonian Dolphin Conservation ETS. È il primo rifugio marino d’Europa pensato per i delfini che escono dalla cattività, ed è a Taranto.
Sono sette ettari di mare nello specchio d’acqua del Mar Grande, riparati dall’isola di San Paolo, la più piccola delle Cheradi. Dentro quest’area protetta c’è una vasca naturale di 1.600 metri quadri, delimitata da reti e da pontili galleggianti di quaranta metri per lato, collegata a una seconda vasca e a una piattaforma per i trattamenti veterinari.
Attorno, nel Golfo, nuotano già liberi tursiopi, stenelle, grampi e capodogli: le acque tarantine ospitano sette delle otto specie di cetacei riconosciute nel Mediterraneo. È anche per questo che il posto è stato scelto lì.
La parte più interessante del provvedimento regionale è quello che vieta. L’educazione ambientale, si legge, sarà realizzata «esclusivamente in modalità virtuale attraverso una Control Room dedicata, senza accesso diretto del pubblico alla struttura e senza alcuna forma di spettacolo, così da garantire il massimo benessere dei cetacei».
Chi vorrà vedere i delfini li vedrà su uno schermo, dalla città. Nessun biglietto, nessuna vasca da bordo piscina, nessun salto a comando. La convenzione fra Regione e JDC impone in cambio tre obblighi precisi: monitoraggio ambientale continuo dell’area, presenza stabile di personale tecnico e veterinario specializzato, e una relazione scientifica annuale su attività svolte e stato di salute degli animali.
Il riconoscimento, precisa la delibera, non comporta oneri diretti per il bilancio regionale: realizzazione, gestione, manutenzione, sorveglianza sanitaria e cura degli animali sono interamente a carico del soggetto gestore. La Regione mette il coordinamento, attraverso l’Osservatorio Faunistico Regionale, di cui il rifugio entra ora a far parte.
In Europa vivono in cattività oltre trecento tursiopi. Il mondo dei parchi marini, però, si sta chiudendo: la legge francese del 30 novembre 2021 vieta dal dicembre 2026 gli spettacoli con cetacei e la loro riproduzione, e il Marineland di Antibes — il più grande zoo marino d’Europa — ha chiuso i battenti il 5 gennaio 2025 giocando d’anticipo. In Italia i delfinari e i parchi a tema attivi sono cinque.
Quando una struttura chiude, resta la domanda a cui nessuno aveva ancora risposto: e gli animali dove vanno? Rimetterli in mare aperto è quasi sempre impossibile. Spostarli in un’altra vasca significa ricominciare da capo. Il San Paolo Dolphin Refuge è la terza strada — un mare vero, chiuso e sorvegliato, dove un animale nato in cattività può riprendersi pezzi di comportamento spontaneo senza dover sopravvivere da solo.
Carmelo Fanizza, fondatore e responsabile del progetto, lo descrive come una «quiete pensione» dopo la cattività e insiste su una parola: modello. Il rifugio, spiega, è «un modello sperimentale e replicabile» che, in collaborazione con le strutture zoologiche europee, «potrà favorire lo sviluppo di nuovi protocolli e infrastrutture per la gestione sostenibile e il benessere a lungo termine dei cetacei». Tradotto: se funziona qui, si copia altrove.
Non lo si carica su un camion e lo si scarica in mare. La veterinaria Monica Barnaba ha descritto un percorso in tre fasi: un primo addestramento nella struttura di origine, l’avvicinamento al sito di destinazione, l’adattamento finale dentro il rifugio. Il coordinamento con il mondo degli acquari passa dall’EEP (European Ex-situ Programme) dell’EAZA, l’associazione europea di zoo e acquari, il cui referente Robert Gojceta, dell’Oceanogràfic di Valencia, segue il progetto tarantino.
L’idea nasce nel 2014 dalla collaborazione fra Jonian Dolphin Conservation, Fondazione con il Sud e Comune di Taranto, e viaggia in parallelo con il recupero di Palazzo Amati e la nascita di Kètos, il Centro euromediterraneo del mare e dei cetacei. Nel 2023 arriva la concessione demaniale marittima, nel 2024 l’autorizzazione come C.R.A.S. e il finanziamento del bando congiunto con il Comune — un progetto da 1.387.889 euro, di cui 1.249.000 richiesti alla Fondazione e il resto in cofinanziamento. L’investimento complessivo sul rifugio è di circa due milioni di euro, con quattordici organizzazioni coinvolte fra istituti di ricerca (c’è il CNR), scuole, cooperative sociali e associazioni di quartiere. Alla presentazione, il 6 novembre 2025 a Palazzo Amati, c’era anche l’Ambasciata di Spagna in Italia, partner della Fondazione con il Sud.
Le opere a mare sono concluse da quell’autunno. «La struttura deve essere completata per affrontare l’ultimo step — diceva allora Fanizza —. Nelle prossime settimane qui verrà posizionato il laboratorio galleggiante e il rifugio sarà pronto.» Poi l’ultima autorizzazione ministeriale, e adesso il riconoscimento regionale. I primi delfini sono attesi entro la fine del 2026.
«Con questo riconoscimento Regione Puglia compie un passo importante nella tutela della biodiversità marina — dichiara l’assessore regionale all’Agricoltura con delega alla pesca e alle risorse del mare, Francesco Paolicelli — istituendo per la prima volta a Taranto un Centro regionale per il recupero di animali selvatici specializzato nei cetacei, un presidio altamente qualificato che rafforza la rete regionale dedicata alla salvaguardia della fauna marina.» Il rifugio arriva a pochi giorni dall’inaugurazione della Sea Turtle Clinic di Valenzano, l’ospedale regionale delle tartarughe marine: due tessere della stessa rete.
Per Marco Imperiale, direttore generale della Fondazione con il Sud, il senso del progetto sta tutto in una dimostrazione: a Taranto tutela dell’ambiente e sviluppo non sono forze contrarie.
Fa un certo effetto, in una città che per cinquant’anni è stata raccontata attraverso una ciminiera, leggere una delibera che parla di benessere dei tursiopi e di relazioni scientifiche annuali. In queste settimane Taranto è piena di ospiti arrivati per i Giochi del Mediterraneo e guarda il proprio mare come non lo guardava da tempo: dal Mar Piccolo che si depura da solo ai sette ettari di Mar Grande che stanno per diventare una casa di riposo per delfini.
Nel frattempo, se volete un tursiope tutto vostro senza aspettare la fine dell’anno, ce n’è uno che nuota nel Mar Grande virtuale del gioco del delfino. Quello vero, per statuto, non farà spettacoli per nessuno.
Foto: Giles Laurent, Mastrocom, Ferdi2005 e Manuela Balestra, Wikimedia Commons, licenze CC BY-SA 4.0 e CC BY 4.0.