Le cozze si depurano da sole: trenta giorni in Mar Grande e le diossine si azzerano
Mar Piccolo | Lo studio di ARPA Puglia, ASL, CNR-IRSA e Capitaneria
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Le cozze si depurano da sole: trenta giorni in Mar Grande e le diossine si azzerano

1.247 campioni e 126 non conformità in quindici anni, tutte nel Primo Seno. Ora i dati dicono che i mitili trasferiti tornano a norma da soli

📅domenica 23 agosto 2026
✍️@A_Lex

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Venti mesi di esperimenti, un anno intero di monitoraggi, lotti di cozze spostati da un pezzo di mare a un altro e ricampionati a intervalli regolari. Il risultato sta in una riga: se i mitili del Primo Seno del Mar Piccolo vengono trasferiti in Mar Grande, in trenta giorni diossine e PCB si azzerano. E il prodotto non ci perde niente, né in peso né in sapore.

I risultati finali del progetto «Valutazione dei tassi di decontaminazione in lotti di mitili» sono stati presentati il 6 luglio 2026 in Prefettura a Taranto. È il tipo di notizia che a Taranto pesa più di una medaglia: riguarda il mestiere che più di ogni altro identifica la città, e un divieto che dura da quindici anni.

Perché serviva uno studio così

Tutto nasce dall’ordinanza regionale n. 1989 del 2011, che dopo il ritrovamento di diossine e PCB oltre i limiti di legge bloccò la movimentazione dei mitili allevati nel Primo Seno del Mar Piccolo. Il problema non è il mollusco: sono i sedimenti. Come ha spiegato il Dipartimento di Prevenzione della ASL di Taranto, la causa sta nella «contaminazione dei sedimenti presenti nel Primo seno del Mar Piccolo di Taranto che, una volta in sospensione, vengono copiosamente filtrati e accumulati nell’organismo dei molluschi».

La cozza è un filtratore instancabile: passa al setaccio litri e litri d’acqua e trattiene quello che ci trova dentro. D’estate va anche peggio, perché «l’aumento delle temperature marine, del metabolismo dei mitili e della loro componente grassa determina un accumulo dei contaminanti il cui tenore supera i limiti di legge». Il novellame, cioè i mitili giovani, non ha lo stesso problema: filtra di meno e resta in acqua nei mesi freddi, quando il bio-accumulo non parte.

I numeri dei controlli raccontano bene la geografia del problema. Dal febbraio 2011 il Servizio Veterinario della ASL ha effettuato 1.247 prelievi di mitili nelle tre aree classificate — Primo Seno, Secondo Seno e Mar Grande — riscontrando 126 non conformità ai limiti di legge, «esclusivamente nei mitili allevati nel Primo seno». Tutte lì, nessuna altrove.

Come è stato fatto l’esperimento

Il progetto è stato finanziato dal Commissario straordinario per le bonifiche e dal CIS Taranto, e realizzato insieme da ARPA Puglia, ASL Taranto, Capitaneria di porto e CNR-IRSA, l’Istituto di ricerca sulle acque. Le attività sono andate avanti da novembre 2024 a giugno 2026.

Il metodo è semplice nell’idea e lungo nell’esecuzione: si prendono lotti di mitili del Primo Seno, si trasferiscono in Mar Grande e si ricampionano a 15, 30 e 45 giorni, misurando ogni volta PCB, diossine e composti diossina-simili. Il tutto ripetuto lungo un ciclo di monitoraggio di un anno intero, per intercettare le diverse fasi biologiche e fisiologiche del mollusco — perché una cozza a marzo e una cozza ad agosto non sono la stessa cozza.

Cosa hanno trovato

Il trasferimento innesca quella che i ricercatori chiamano una rapida clearance naturale: il mollusco, messo in acqua pulita, si autodepura da solo. Nella sintesi del progetto, «a 15 giorni si riscontra un drastico effetto di diluizione biologica della contaminazione da diossine e PCB, che si azzera stabilmente tra i 30 e i 45 giorni».

  • 15 giorni — crollo netto della contaminazione;
  • 30-45 giorni — azzeramento stabile di diossine e PCB;
  • Qualità del prodotto — l’Indice di Condizione e la percentuale di sostanza organica restano invariati: la cozza non dimagrisce e non si svuota, anche grazie a temperature marine rimaste sotto i 28 gradi;
  • Tempo prima di tutto — secondo le analisi di laboratorio di ARPA, a determinare il risultato è la permanenza in Mar Grande, più delle differenze di partenza fra un lotto e l’altro.

«Ambiente ed economia possono rigenerarsi insieme»

Il commissario straordinario Vito Uricchio ha sottolineato che i dati offrono «risposte rassicuranti sulla sicurezza alimentare» e rappresentano «un solido supporto tecnico-scientifico per mitigare l’impatto dell’ordinanza regionale»: la dimostrazione, ha aggiunto, che «l’ambiente e l’economia possono rigenerarsi insieme».

Per il sindaco Piero Bitetti sono «certezze scientifiche attese da anni» da un comparto che è storia e anima economica della città, e che mostra una «resilienza biologica straordinaria». Dario Iaia, responsabile unico del Contratto istituzionale di sviluppo, ha messo la palla dove deve stare: i risultati «forniranno alla politica elementi oggettivi per assumere scelte gestionali coraggiose, scientificamente basate e definitive».

Il direttore generale di ARPA Puglia Vito Bruno ha parlato di «un esempio concreto» di approccio One Health, quello che tiene insieme ambiente, salute, attività produttive e tessuto sociale invece di trattarli come compartimenti separati. Il direttore della ASL Vito Bavaro ha confermato che i controlli e la sorveglianza sanitaria non si allentano. E il comandante della Capitaneria di porto Leonardo Deri ha aggiunto la frase che in città è girata di più: questi dati dimostrano che «Taranto può e deve essere raccontata in modo diverso».

Cosa succede adesso

Lo studio non cambia da solo le regole: la decisione spetta alla Regione Puglia. Ma indica una strada precisa, cioè passare da una gestione emergenziale — divieti, proroghe, deroghe rinnovate di anno in anno — a una gestione programmata basata sui tempi di permanenza in acque pulite.

Due giorni dopo la presentazione, sindacati e associazioni datoriali della filiera hanno chiesto di accelerare su due punti:

  1. la revisione dell’ordinanza 1989/2011, perché i risultati della ricerca diventino in fretta nuove modalità di gestione della produzione, con regole certe per imprese e lavoratori;
  2. la creazione di un’area attrezzata stabile in Mar Grande dedicata alla decontaminazione, trasformando in infrastruttura permanente quello che oggi è gestito in via temporanea.

Nel frattempo restano in vigore le misure sanitarie straordinarie e il calendario dei trasferimenti fissato dalla Regione, che a inizio 2026 era già stato prorogato al 31 marzo.

Un mestiere che a Taranto è più vecchio dell’Ilva di quattro secoli

La cozza nera di Taranto è una popolazione locale di Mytilus galloprovincialis: guscio quasi quadrangolare, nero-violaceo lucido, cinque-otto centimetri. Cresce in fretta grazie alla bassa salinità del Mar Piccolo, alimentata dai citri, le sorgenti d’acqua dolce che sgorgano dal fondo del bacino e che rendono questo mare un caso unico nel Mediterraneo. Le «cozze negre» compaiono nei documenti già nel 1525, e l’allevamento organizzato è documentato almeno dal Seicento.

Il ciclo è rimasto sostanzialmente lo stesso: le larve si fissano sugli stramazzi, le corde vengono appese in primavera alle strutture chiamate ventìe e crociere, i mitilicoltori praticano la sciorinatura ogni 40-50 giorni esponendo i pergolari all’aria, e servono dai 12 ai 16 mesi per arrivare al prodotto finito. Nel 2019, dopo gli interventi di recupero ambientale, le cozze del Mar Piccolo hanno ottenuto la classificazione «A», quella che consente la vendita senza passaggio in stabulatore. Oggi il Presidio Slow Food riunisce 21 mitilicoltori attorno a un disciplinare che punta alla DOP, mentre il comparto nel suo insieme conta — secondo le stime di settore — attorno al migliaio di operatori tra allevamento, selezione, distribuzione e vendita.

In queste settimane Taranto è piena di ospiti arrivati per i Giochi del Mediterraneo, e molti di loro le cozze tarantine se le stanno mangiando senza sapere niente di tutto questo. Del resto è un’abitudine antica: il DNA dell’Atleta di Taranto, sepolto qui nel V secolo a.C., conserva ancora tracce di molluschi nel tartaro dentale. La differenza è che oggi, per la prima volta da quindici anni, al posto di un divieto c’è un numero: trenta giorni.

Foto: Pakycassano, Touring Club Italiano (1934), Diego Delso e Luistxo Fernandez, Wikimedia Commons, licenze CC BY-SA.

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