
Le analisi di Sapienza e CNR sul campione del V secolo a.C. E dal 25 al 27 agosto la sua tomba si visita di sera, con spettacolo teatrale gratuito
Mentre allo stadio e in piscina si contano le prime medaglie dei XX Giochi del Mediterraneo, a cinque minuti a piedi dal lungomare c’è un altro campione di Taranto che aspetta i visitatori. È sepolto in un sarcofago di carparo, ha vinto ad Atene quando in Grecia si combattevano le guerre persiane e, dopo venticinque secoli, ha appena raccontato di sé molto più di quanto avesse mai fatto: com’era fatto il suo corpo, di che gruppo sanguigno era, perfino cosa mangiava.
La sua storia moderna comincia il 9 dicembre 1959, in un cantiere di via Genova: gli operai stanno scavando le fondamenta di un palazzo e trovano una grande cassa di pietra locale. Dentro c’è un sarcofago monolitico in carparo con il coperchio a doppio spiovente, costruito cioè a imitazione del tetto di un tempio, con acroteri a palmetta sui frontoni e un fregio dipinto di palmette alternate a fiori di loto penduli. Siamo nell’area delle necropoli della Taranto greca, fuori dall’abitato antico, lungo una delle strade che portavano verso il territorio.
Lo scheletro è quello di un giovane di poco più di trent’anni, alto circa un metro e settanta — una statura notevole per l’epoca — e dalla muscolatura possente. Il corredo è quasi spartano: un alàbastron, il contenitore in alabastro per gli oli con cui gli atleti si ungevano il corpo. Il resto lo dicono i quattro vasi disposti agli angoli della cassa.
Sono anfore panatenaiche a figure nere, attribuite al Pittore di Kleophrades e databili tra il 500 e il 480 a.C. Non erano vasi da mercato: le Panatenaiche venivano riempite di olio sacro dell’Attica e consegnate soltanto ai vincitori delle Grandi Panatenee, i giochi che Atene celebrava in onore della dea Atena. Su un lato hanno sempre Atena armata tra due colonne; sull’altro la disciplina vinta. Su quelle tarantine si riconoscono il pugilato, la corsa dei carri e il pentathlon.
Una delle quattro è arrivata a noi in frammenti; le altre tre sono integre e oggi si vedono nelle teche intorno al sarcofago. Se quelle anfore corrispondano davvero a quattro vittorie ateniesi o se siano piuttosto il modo scelto dalla famiglia per dire quanto valesse quell’uomo, gli archeologi ancora ne discutono. Di sicuro un tarantino che torna da Atene con quattro premi in mano è, per la Magna Grecia del V secolo a.C., una piccola celebrità.
La novità del 2026 è che a quell’uomo senza nome è stato estratto il DNA da un dente. Le analisi, condotte dal Dipartimento di Biologia e Biotecnologie «Charles Darwin» della Sapienza di Roma insieme all’Istituto di Biologia e Patologia Molecolari del CNR, hanno restituito un identikit sorprendentemente dettagliato:
E poi c’è il dettaglio che a Taranto suona quasi come una firma: nel tartaro dentale sono state trovate tracce di DNA di molluschi. L’atleta mangiava regolarmente frutti di mare. Venticinque secoli prima che le cozze diventassero un marchio di fabbrica della città, il suo campione più famoso si nutriva già di quello che il mare gli metteva davanti.
Tutto questo è il cuore di «L’Arte della Vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo», la mostra aperta al MArTA dal 25 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, nata in dialogo con i Giochi del Mediterraneo e con il LXV Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia.
Sono 53 i reperti esposti, 36 dei quali provenienti dai depositi del museo e restaurati per l’occasione. Il percorso è curato dalla direttrice Stella Falzone, che ha lavorato sulla base delle ricerche condotte dagli anni Novanta da Enzo Lippolis e Antonietta Dell’Aglio, aggiornate oggi con le tecnologie di analisi disponibili. «Il gesto atletico come occasione di incontro tra popoli e culture differenti nel segno della pace», è la formula con cui Falzone ha presentato la mostra. Al progetto hanno collaborato anche curatori di Egitto, Tunisia, Marocco e Tanzania, ospiti della IV International School of Cultural Heritage.
La parte più inattesa, però, è quella contemporanea. In una teca di cristallo nella hall sono raccolti cimeli sportivi tarantini — coppe, attrezzi, oggetti personali — prestati dall’associazione Triumphalia e dal Panathlon Club Taranto Principato: c’è la maglia di Erasmo Iacovone, c’è la medaglia europea 2020 di Benedetta Pilato, c’è l’oro olimpico della 20 km di marcia di Antonella Palmisano a Tokyo 2020. L’atleta del V secolo a.C. e i campioni di oggi, nello stesso museo, nello stesso momento in cui la città ospita i Giochi. Completano il percorso una tavola originale di Sal Velluto, disegnatore tarantino con un passato in Marvel e DC, e le mattonelle dipinte dal Nasse Animation Studio, che sta lavorando a un cortometraggio animato dedicato all’Atleta.
Per tre sere il museo apre in orario straordinario e la tomba diventa un palcoscenico. «L’Atleta di Taranto» è uno spettacolo ideato e diretto da Massimo Cimaglia, con drammaturgia di Barbara Gizzi, prodotto da Terra Magica Arte e Cultura con il MArTA e il Comitato organizzatore dei Giochi. In scena, insieme a Cimaglia, Valeria Cimaglia e Marco Maggio, con l’accompagnamento dal vivo dell’arpa di Benedetta Miro.
Il meccanismo è semplice e bello: prima si visita la tomba nella sala VII, poi l’atleta prende voce e corpo, e racconta «le paure, le emozioni, gli entusiasmi che ogni sportivo vive». Per le delegazioni e i giornalisti stranieri arrivati per i Giochi sono previste slide di accompagnamento in inglese e francese.
L’ingresso allo spettacolo è gratuito con prenotazione obbligatoria, previo acquisto del biglietto del museo e fino a esaurimento posti. Si prenota al numero 099 4532112.
Se stai già girando la città per le gare, questa è la deviazione che ti spiega perché Taranto abbia voluto proprio i Giochi: la sua prima medaglia è arrivata duemilacinquecento anni fa. Trovi il museo raccontato nella sezione MArTA, gli impianti e il programma nelle sezioni Impianti e Calendario gare.
Foto: Fabrizio Garrisi e Fabien Bièvre-Perrin, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.