
Un impianto da 100 megawatt per conservare la corrente e ridarla quando serve. Chi ha un terreno da quelle parti ha tempo fino al 10 ottobre
Monticelli è campagna. Sta fuori Taranto, dove la città si sfilaccia e comincia la terra che lavora: ulivi, seminativi, muretti. Non è un posto che finisce sui giornali. Fino a ieri.
Su quei campi è previsto un impianto che a Taranto non c'era mai stato: un accumulo elettrochimico da 100 megawatt. Detta in italiano, un magazzino per la corrente.
L'elettricità ha un difetto che la distingue da quasi tutto il resto: va consumata nell'istante in cui viene prodotta. Non esiste un ripostiglio dove metterla da parte. Finché le centrali bruciavano qualcosa non era un problema: si bruciava di più quando serviva di più. Col sole e col vento è il contrario. Il sole fa il pieno a mezzogiorno, il vento tira di notte quando le case dormono, e capita la cosa che fa più rabbia di tutte: energia pulita, già prodotta, buttata via perché in quel momento non la vuole nessuno.
Un impianto come quello di Monticelli serve a questo. Prende la corrente quando ce n'è troppa, la tiene, la ridà la sera quando tutti tornano a casa e accendono. Non produce energia: la sposta nel tempo. Per una regione che di sole e di vento ne ha da vendere, è la differenza fra produrre molto e usare molto.
C'è un'ironia che a Taranto non sfuggirà a nessuno: questa città la chimica la conosce. L'ha respirata, misurata, contata, e ha imparato a leggere le parole tecniche col sospetto di chi è già stato preso in giro almeno una volta.
Adesso ne arriva un'altra. Il litio invece del carbone, container allineati in un campo invece di una ciminiera: nessun fumo, nessuna nuvola che cambi colore al tramonto. È una chimica diversa, e va detto che è diversa. Ma chiede la stessa cosa che hanno chiesto tutti prima di lei: un pezzo di terra.
Qui sta la domanda vera, quella senza risposta facile. Circa ottantaquattromila metri quadri — dodici campi da calcio — oggi sono terra agricola; domani sarebbero un'infrastruttura. E il futuro che porta l'impianto non è più nobile di quello che porta un uliveto: sono due futuri, sullo stesso suolo. Va detto però che la terra non viene presa e basta: per esproprio e servitù sono previste indennità, e una parte delle aree serve solo durante i lavori.
Una precisazione che conta: questa non è una decisione del Comune di Taranto. L'autorizzazione la istruisce la Regione Puglia, competente su impianti di questo tipo; il progetto l'ha presentato una società privata. I comuni interessati sono due, Taranto e Carosino, perché i cavi di collegamento alla rete attraversano il territorio di entrambi.
La parte che riguarda chi possiede quei terreni è questa, ed è bene leggerla con calma.
Quei trenta giorni non sono un ostacolo: sono il pezzo di procedura che esiste apposta perché chi ha un terreno possa dire la sua prima che le cose siano decise. Un'osservazione scritta entra nel fascicolo e va valutata. Una lamentela fatta dopo, no.
Taranto ha passato cinquant'anni su una domanda sola: quanto vale il lavoro, e quanto costa. Quella di adesso le somiglia e non è la stessa: non è più soltanto "conviene?", è "dove lo mettiamo". Un impianto che tiene l'energia da parte è, per una volta, una macchina che non toglie niente all'aria: senza magazzini, i pannelli e le pale restano un bel gesto che funziona solo a orari. Resta però vero che ogni infrastruttura si posa su un pezzo di mondo che stava facendo altro. La differenza, stavolta, è che c'è un mese di tempo per dirlo — e che dirlo serve.
Foto: Qurren, Nirazuka Battery Storage Power Station, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0. L'immagine ritrae un impianto di accumulo giapponese, non quello previsto a Monticelli.